lunedì 26 marzo 2012

Mario Frustalupi

 Omen Nomen.......


Mario Frustalupi, il regista che rinacque tre volte. Ne parla anche Guy Chiappaventi, nel recente Pistole e palloni. Ultimo di otto fratelli. All’anagrafe, Mariolino. Un nome che lo imbarazzava, non perché sembrava rimandare a «quel fisico da impiegato delle poste», 1.66 per 66 chili, ma perché era un altro modo per confonderlo con Corso. Nasce il 12 settembre 1942, a Orvieto. Fa un provino nel Milan. «E’ bravo, ma non ha il fisico. Ripassate, casomai». Casomai è Genova, Sampdoria. Entra nel giro della prima squadra a 18 anni, panchina fino al 5 maggio 1963. Primo gol in A, all’esordio. Torino-Sampdoria 4-2. Regista di classe, destro e sinistro, al figlio Nicolò dice: «Non accontentarti di un piede solo. Non basta». Resta alla Samp, con la moglie Carla, fino al `70. Heriberto Herrera lo vuole all’Inter, per sostituire Suarez. Ma Herrera salta subito. Al suo posto, dalle giovanili, Invernizzi. Addio cabina di regia, Corso e Jair (non esattamente suoi estimatori) esultano. Quell’Inter vince uno scudetto, Frustalupi è spesso in panchina. L’anno dopo, con Corso squalificato in Europa, è schierato in Coppa Campioni. Arriva in finale, perde con l’Ajax e Cruyff. Fine della corsa, l’Inter lo scarica alla «provinciale» Lazio come contropartita per Massa. Giunto a Roma, litiga con Chinaglia, scopre che i tifosi lo ritengono «un ferrovecchio affibbiato dal Nord». E lo spogliatoio è una polveriera. Lega con Martini e Re Cecconi, senza condividerne idee politiche e passione per le pistole. E’ socialista, quando il socialismo è ancora idea e tramite della sinistra. Il Psi alleato con Pci e Democrazia Proletaria, sconfitto nel `76 dal «turarsi il naso» montanelliano. Niente sorpasso sulla Dc, niente alternativa di sinistra. Al segretario, De Martino, si rinfaccerà l’eccessiva sudditanza al Pci. Lui: «Noi abbiamo scosso l’albero, e i comunisti hanno raccolto i frutti». E lo sostituiranno con un ammiratore della socialdemocrazia tedesca. Benedetto Craxi.
I tifosi della Lazio lo chiamano «Frusta». Soprannome fuorviante, non rende conto della classe. Quella Lazio, la «provinciale», vincerà lo scudetto. 12 maggio 1974. Frustalupi titolare, sempre. Gigi Martini: «Lui era il genio, noi la sregolatezza». «Nano sapiente», per Brera. Ma alla Lazio dura un altro anno appena. Poi, ancora: ci spiace, sei finito. Lui, che una volta disse che «i giocatori sono eterni bambini, bisognosi di continue attenzioni, quando vanno in panchina muoiono», porta i suoi 33 anni e il look da beat (capelli lunghi, basette lunghe, stivaletti con la zip, giacche mai) a Cesena. Il Cesena arriva sesto, finisce in Coppa Uefa. Nel `77, per la terza volta: ti vendiamo, sei finito. Potrebbe smettere, non smette. Lo vuole il Genoa, l’allenatore Gigi Simoni blocca il trasferimento: «Frustalupi? Giocava ai miei tempi, che me ne faccio».
Se ne fa la Pistoiese. E Guccini. Nell’80, serie A. La terza rinascita. L’anno dopo, si ritira. A quasi quarant’anni. Apre una concessionaria Lancia, fa ripartire la Pistoiese dopo il fallimento, s’inventa direttore sportivo e pre-procuratore (non pagato). Scopre Ruben Sosa. Il 14 aprile 1990, il sabato di Pasqua, sull’autostrada Voltri-Sempione, sta raggiungendo la famiglia a Cervinia. Nel portabagagli ha un uovo di Pasqua. La sua Lancia Thema è travolta da una Golf. Muore sul colpo. Lui, i quattro della Golf.




Nessun commento:

Posta un commento

Archivio blog